Nessuno cancellerà questo sangue. Riflessioni sulla lotta al Testet e sulla morte di Rémi Fraisse. Capitolo 2

Questi 3 capitoli sono il risultato di una scrittura collettiva che aspira a fare il punto dopo due settimane di mobilitazioni intense vissute da un gruppo di italiani attivi nella realtà parigina.

 

Capitolo 2 – Dalla resistenza alla morte di Rémi : circostanze di un omicidio ancora senza colpevoli

 

Un clima di guerra a bassa intensità

Quella della Zad del Testet è una lotta che va avanti da due anni ma che da inizio settembre ha vissuto una svolta, subendo una repressione crescente e sempre più violenta. Gli occupanti della Zad hanno subito quasi tutti i giorni aggressioni e violenze fisiche da parte della polizia.

L’8 settembre, per bloccare i macchinari del cantiere, alcuni militanti hanno deciso di scavare dei solchi sulla strada e immergercisi fino al collo, riuscendo in effetti a rallentare l’arrivo dei materiali. Ma giusto il tempo che le telecamere delle tv se ne andassero che sono partite violente le cariche della Gendarmerie, anche con gas lacrimogeni, per tutti i manifestanti, sotterrati o meno.

Il 7 ottobre durante lo sgombero di un accampamento sulla Zad la Gendarmerie lancia una granata di dispersione dentro il camper in cui si erano barricati alcuni militanti (video). Per poi bruciare le capanne e gli effetti personali di chi si era installato lì (video).

I feriti da settembre sono quindi numerosi. E per altro gli occupanti della Zad devono anche rispondere alle aggressioni di milizie pro-diga.

La Gendarmie è quindi intenta da settembre a costruire un clima di repressione e paura per impedire lo sviluppo della lotta, tanto da  dedicare alla stessa uno speciale plotone denominato PSIG (Plotone di  sorveglianza e d’intervento della Gendarmeria di Gaillac). Un aspetto che porta a chiedersi quanto davvero si possa parlare di fatalità in relazione alla morte Remi Fraisse e quanto di tragedia annunciata.

Malgrado questo tentativo però la lotta va avanti, occupando terreni sulla Zad e facendo anche altri tipi di azioni: l’occupazione del Consiglio generale della provincia per dieci giorni, ma anche l’incatenamento di persone davanti l’agenzia delle imposte a Albi, sciopero della fame di 51 e 65 giorni da parte di « over-50 ».

 

L’appello del 25 ottobre

zad testet 25 oct 2014Di fronte a questo clima di perenne urgenza, i collettivi cercano di reagire con l’idea di organizzare un evento di massa e visibile. Un appello nazionale per il 25 ottobre è quindi lanciato sulla Zad del Testet per un presidio seguito da una settimana di mobilitazione. Lo slogan che circola tra le diverse reti militanti per diffondere l’appello a raggiungere la Zad del Testet è « Le 25 j’y serai! Enracinons la  résistence au Testet – Il 25 ci sarò, radichiamo la resistenza al Testet ». Il programma del week end disponibile sul sito del collettivo  « Tant qu’il y aura des bouilles-il n’y aura pas de barrage » propone concerti, spettacoli teatrali per grandi e per piccoli, dibattiti riguardanti la questione agroindustriale e la permacultura, il nucleare  e i grandi progetti inutili, ma anche ateliers di vario genere: yoga,  escursioni naturalistiche, passeggiate nel bosco.

Il presidio indetto era annunciato come pacifico, con la conferma anche da parte della Prefettura che aveva annunciato l’assenza di forze dell’ordine per il weekend del 25 e 26 ottobre. Il collettivo per la lotta contro la diga pubblicherà infatti sul sito: « La prefettura del Tarn si piega all’evento: il prefetto si impegna – oralmente – affinché  nessun « gendarme » sia presente sulla zona durante il weekend. Questo presidio sarà senza rischio di violenza né subirà repressione. E il numero e la determinazione che mostreremo saranno la nostra forza e ci porteranno alla vittoria. Venite numerosi e numerose con il buon umore! »

Ma sin dalla sera di venerdì 24 inizia a mostrarsi chiara la trappola: sul sito vengono lasciati un prefabbricato e un generatore, incendiati la sera stessa, utilizzati poi come pretesto dalle forze dell’ordine  per dare il via ai violenti scontri che si perseguiranno durante tutta la notte del sabato 25 ottobre. Per quale motivo lasciare sulla zona due elementi del cantiere non costosi e incustoditi ? L’ipotesi per la quale tale scelta rientri in una tattica di legittimazione dell’intervento (violento) della gendarmeria, non lascia molto spazio al dubbio.

E’ in queste circostanze che Rémi Fraisse muore.
Cosa sia successo quella notte esattamente è difficile da ricostruire, le  testimonianze di militanti presenti durante gli scontri sono rare.
L’unica certezza è che Rémi muore a seguito dell’esplosione di una granata offensiva lanciata dalle forze dell’ordine che l’ha colpito alla schiena.

 

I discorsi del potere

L’episodio della morte di Rémi Fraisse mette in atto un dispositivo in cui giornalisti, politici ed esperti si esprimono per inquadrare la realtà, “fare giustizia”.

Tuttavia, la morte di un individuo, crimine che pesa sulle spalle di un’istituzione, è fin da subito mistificato attraverso non soltanto il trattamento mediatico del “dramma” ma tramite l’articolazione di informazioni che diventano “regimi discorsivi”. Con questo termine s’identificano i vari argomenti che funzionano come strutture di potere e di organizzazione della realtà. Si assiste alla creazione di un linguaggio, che anima il dibattito politico, in cui vengono definite e riempite di senso categorie come la violenza, il reato, il legale o l’illegale.

Il campo discorsivo giudiziario, quello dell’indagine della polizia (che si trova a indagare su se stessa), le perizie medico-legali e tutto il lavoro mediatico s’intrecciano come microstrutture di disciplina e di ordinamento. Non si  tratta solo di criticare i media mainstream ma piuttosto di prendere  atto di come il reale in cui viviamo diventi una costruzione delle  istituzioni che lo amministrano e la morte di Rémi Fraisse il centro di un conflitto di poteri.

Un morto in manifestazione in un periodo di crisi, sotto un governo di sinistra debole attaccato da tutte le parti e già criticato di essere troppo di destra è una bomba sociale ed è chiaro a tutti. Infatti, da domenica 26 ottobre, autorità politiche e media seguono queste tre fasi : primo, cercare di nascondere l’accaduto, poi cercare di criminalizzare la vittima, e infine davanti all’evidenza dell’omicidio di polizia cercare comunque di farlo passare per tragica fatalità.

 

Una morta nascosta

Le prime informazioni che circolano sulla stampa nazionale relative alla morte di  Rémi parlano di un « corpo »  ritrovato sul sito del tanto contestato progetto, una scelta di comunicazione della prefettura significativa, che per continuare a creare confusione si è poi chiusa in un muto silenzio fino ai risultati dell’autopsia. Non si riesce a stabilire se il decesso sia avvenuto durante gli scontri con le forze  dell’ordine o in un altro momento. Se è stato ucciso dalla polizia o se sia morto per tutt’altra ragione, anche l’ipotesi dell’overdose è accennata. Il tempo sembra essersi dilatato e gli orologi aver smesso di funzionare. Le prime informazioni sul decesso  di Rémi sono pertanto piuttosto confuse e  vaghe, « prudenti » potremmo  dire, nel mettere sotto accusa l’istituzione che negli stati  democratici contemporanei è incaricata di mantenere l’ordine.

 

Il tentativo (fallito) di costruire la figura del violento

Sarà l’autopsia del giorno seguente a dire che Rémi è morto di un’esplosione alla schiena, dunque per via degli scontri. Si scatena allora il processo di colpevolizzazione della vittima stessa, che non può che essere responsabile della propria morte. Secondo il procuratore è incomprensibile come « un’arma che non è destinata ad uccidere abbia potuto causare la morte del giovane ». Il procuratore parla in termini di ipotesi e si avanza anche la possibilità  che la morte sia stata provocata dalla combinazione di  una granata con un altro elemento come un fumogeno, una cartuccia di  gas o un aerosol (Le Monde,  « Mort de Rémi Fraisse: le sac à dos , pièce clé, reste introuvable »).  Si fanno ipotesi quindi sul contenuto dello zaino di Rémi, perché si cerca  un violento, uno che nello zaino porta esplosivi artigianali.  Un articolo comparso su Libération il 27 ottobre riporta le parole del comandante della Gendarmeria del Tarn: « affrontements entre les gendarmes et 100 à 150 anarchistes à l’endroit òu le jeune homme serait mort – scontri tra gendarmi e 100 o 150 anarchici sul luogo in cui il ragazzo sarebbe morto ». I discorsi presenti sulla stampa mainstream e quelli della polizia si intrecciano tendendo a costruire uno scenario abitato da violenti facinorosi, contesto costruito solo per attenuare la gravità dell’omicidio commesso.

La costruzione della figura del mostro, black bloc, anarchico, incappucciato ecc. non funziona fin dall’inizio. I giornalisti si ritrovano obbligati a descrivere uno studente in botanica, appassionato di natura, iscritto ad  un’ associazione ambientalista. Viene dipinto « un buono, pacifico e gentile militante ambientalista » e sui media ci si chiede cosa abbia spinto Rémi a lanciarsi negli scontri.  Risulta impossibile ammettere che si possa amare la botanica e la natura e volerle difendere con dei mezzi che integrano la spontaneità e la rabbia, impossibile ammettere che le lotte del territorio possano prendere forme molto più complesse delle costruzioni mediatiche.

L’età di Rémi, i suoi 21 anni, è un argomento ridondante nella descrizione da parte dei media. E’ il simbolo dell’indignazione rispetto ad una morte così giovane; ma tale meccanismo allude alla giovinezza come momento di non-piena coscienza. Come se avere 21 anni fosse in fondo simbolo di una non maturità e la partecipazione a una contestazione come quella  al Testet divenisse una  » bravata da adolescente ». Con questo argomento il potere, attraverso i media, identifica  la cultura di opposizione a dei soggetti non veramente coscienti, giovani appunto, legittimando il proprio intervento paterno di controllo e disciplina.

Anche il tentativo di incriminare la vittima non tiene quando il rapporto di autospia completo segnala il ritrovamento di tracce di TNT (trinitotrulene, esplosivo contenuto in tutti i tre tipi di granate utilizzate dalle forze dell’ordine francesi) sugli  indumenti di Rémi che assicurano senza più polemica che è morto per via di una granata lanciata dalle forze dell’ordine. Cosa che par altro, la gendarmeria sapeva benissimo fin dalla notte stessa dell’omicidio. L’indagine, inizialmente nelle mani della Procura di Albi, passa quindi alla Procura di Tolosa che è l’unica a potere fare un’inchiesta sui gendarmi. Forti del ritrovamento del TNT, i genitori di Rémi hanno sporto denuncia per omicidio volontario.

 

Un omicidio di polizia trasformato in tragica fatalità

Lo stato francese continua malgrado tutto a rifiutarsi di prendere le proprie responsabilità e continua a trattare la morte di Rémi come una tragica fatalità.  Il primo ministro, Valls, dichiara non volere credere a un errore della polizia. E nessuno dei gendarmi presenti sul sito nella notte tra sabato e domenica sono stati almeno sollevati dalle loro funzioni aspettando il risultato dell’inchiesta.

Nella cerchia parlamentare si fa polemica sul progetto : gli ecologisti e il « Front de Gauche » (il partito di Melenchon, che si situa a sinistra dei socialisti) e anche alcuni membri del governo chiedono l’annullamento del progetto, mentre il Presidente della Repubblica, Hollande, il Prémier, Valls, e i suoi alleati, continuano sulla linea della ragione di stato, forse in nome del profitto o di una strategia elettorale. Così se prima  della morte di Rémi la questione diga al Testet  era una questione trattata principalmente da chi si oppone al progetto, dopo la morte di Rémi, come per magia, anche il Ministro dell’Ambiente Segolène Royal menziona a più riprese il rapporto da lei commissionato che sembrerebbe mettere in rilievo la criticità del progetto (Le Monde, Le gouvernement rattrappé par le barrage de Sivens, 28/10/2014).

L’unica cosa sulla quale tutti sono d’accordo è soffocare il più velocemente possibile la polemica sulla militarizzazione delle forze dell’ordine e sulla loro impunità. Soffocare e trovare attenuanti. La sinistra istituzionale (tranne i socialisti) insiste sulle responsabilità politiche, pensando ai suoi giochi di poltrone, e scende per strada in memoria di Rémi. Ma con difficoltà si associa a qualsiasi presidio che denunci la repressione dei movimenti sociali. Il Primo Ministro continua a promettere la linea dura per chiunque osi denunciare gli abusi della polizia, così che se il Ministro degli Interni ha annunciato la sospensione dell’uso delle granate offensive, in realtà la maggior parte delle armi dette non letali sono state usate durante la settimana per reprimere violentemente i movimenti contro gli abusi della polizia, con il solito grosso numero di feriti.

La morte di Rémi Fraisse e la mobilitazione che segue mettono lo Stato davanti alle proprie responsabilità e crea conflitto in seno alle istituzioni. Le diverse componenti della lotta ai grandi progetti inutili denunciano la militarizzazione del movimento e l’impunità dei crimini delle forze dell’ordine.

Il dibattito politico relativo alle sorti del progetto sembra riaprirsi ma la contestazione relativa agli abusi di un’istituzione quale le forze dell’ordine continua ad essere repressa come mostra la cronaca delle due ultime settimane di mobilitazione.

Compagni italiani in lotta a Parigi

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